Sull'anarchia: viaggio a Napoli

Bianciardi racconta che un suo amico scrittore aveva trascorso del tempo in Cina, ma quando è rientrato non si è messo a parlare dei cinesi, piuttosto dei suoi cecinesi, che ora capiva meglio. Non sarà qualche giorno trascorso da turista che mi farà capire a fondo la natura dei napoletani, sempre che di "popolo" napoletano si possa parlare (già questa mi sembra una forzatura frutto di un atteggiamento paternalistico tipico del nord), ma la loro città mi ha fatto molto pensare.

A Napoli, quando un pedone attraversa la strada, non importa che sia sulle strisce o no, il comportamento di automobilisti e motociclisti è sempre lo stesso: i primi non si fermeranno a meno che il pedone non gli si pianti davanti con decisione, i secondi non si fermeranno e basta e aggireranno con abili manovre il pedone per proseguire la propria corsa. Ciò comporta, però, che di fatto il pedone può attraversare dove gli pare. Nessuno insulta chi si lancia in mezzo alla strada, nessuno gli fa notare con una clacsonata furiosa che "quella non è la porzione di carreggiata riservata all'attraversamento". Le macchine si fermeranno quando quella sarà l'unica alternativa alla collisione, i motorini continueranno ad aggirarti. 

Comunque, alla fine la strada la attraversi. 

Le strisce non hanno alcun valore. "Chi ha stabilito che bisogna per forza attraversare lì?" sembrano dire i napoletani. "Noi decidiamo da soli come gestire il nostro traffico." E così anche semafori, sensi unici, divieti sono dei semplici consigli, ma spetta al conducente, e dunque al cittadino, interpretarli nel modo giusto secondo il contesto. Ci sono situazioni in cui è consentito, se non auspicato, contravvenire all'indicazione, e dunque alla legge, e spetta al singolo valutare caso per caso. 

Così, la legge non è più un'imposizione dall'alto, un codice sacro da rispettare, ma una serie di consigli da interpretare a modo proprio. L'autorità qui non è riconosciuta come la personificazione di "ciò che è giusto", piuttosto un deterrente per chi non è in grado, o non ha ancora imparato, ad autoregolarsi. Per chi esagera, insomma. E l'autorità stessa, conscia del proprio ruolo, agisce in modo diverso.

Nella centralissima piazza Dante, un ragazzino gioca a pallone contro i cancelli dello storico convitto Vittorio Emanuele II. Ora, a seconda della vostra provenienza, questa situazione vi susciterà delle reazioni diverse. Di fianco ai cancelli c'è una macchina dell'esercito con due militari armati ai lati. Ora, a seconda della vostra provenienza, una parte di voi si è immaginata un epilogo diverso dagli altri.

Bene, qui a Napoli, non succede proprio niente: il ragazzino continua a calciare la palla contro il cancello, pericolosamente vicino alla macchina dei militari, i due non se ne curano minimamente e il gioco prosegue indisturbato.

Vi confesserò che io sono tra quelli che si era immaginato un epilogo diverso. Ma poi ho ripensato a questa scena e ho concluso che va benissimo così, che preferisco vivere in una società in cui un ragazzino ha la libertà di "dissacrare" un edificio storico e i militari con il suo pallone piuttosto che in una dove sono perennemente sotto lo sguardo vigile dall'autorità, che pone in continuazione limiti alla mia libertà personale per combattere una fumosa definizione di crimine che si va sempre più allargando fino a includere anche dei comportamenti considerati dannosi solo perché contrari al principio di autorità. Fino, forse, un giorno, a includere anche me e te. 

Qui vige l'autoregolazione: si faccia caso che il bambino giocava contro i cancelli e non contro le mura e che non colpiva la macchina dell'esercito, ma la sfiorava. Il bambino ha saputo autoregolarsi. 

Ma qual è il limite di questo autocontrollo? 

Il limite non c'è, o almeno non è scritto, non è "stabilito per legge". Il limite è nell'aria, è un tacito accordo tra tutti i cittadini (e quindi anche i turisti, che devono sottostarvi) che prevede, per esempio, che puoi fare lo slalom contromano con il motorino nei vicoli del centro, a patto che non vai troppo veloce e non tiri sotto nessuno. Se sei abbastanza abile da schivare tutti, puoi farlo, se no stai pure fuori dai vicoli con il tuo mezzo, non sei gradito. 

E così il casco non te lo metti, tanto al massimo danneggi te stesso, in motorino ci vai in tre/quattro, basta che riesci a stare in piedi, puoi camminare in mezzo alla strada, ma ti sposti quando arriva una macchina, il tuo banchetto si espande sulla via, basta che lasci lo spazio per passare. E la legge te la scrivi da solo.

E funziona questo sistema? 

La proverbiale "monnezza" effettivamente è una presenza costante per le strade di Napoli, anche le più centrali; ospedali ed edifici pubblici versano in condizioni pietose, si percepisce un degrado diffuso e una generale tendenza alla truffa. Ecco, si dirà, chiaramente il sistema ha fallito. Ma un sistema perfetto non esiste, e la domanda che bisogna porsi è la seguente: quanto sono disposto a sacrificare della mia libertà personale per vivere in un ambiente più pulito ed efficiente? Cosa prediligo tra "ordine" e indipendenza? A cosa do la priorità, alla mia libertà di azione o alla mia "sicurezza"?

A Napoli non mi sento mai insicuro. La città è sempre così viva e animata che non si è mai soli, neanche quando lo si vorrebbe. Orde di ragazzi invadono le strade fino a tarda notte, nessuno sbuffa se cammini lento per i vicoli del centro e "intralci" la strada ai più frettolosi, che comunque non esistono, nessuno si lamenta all'ennesimo motorino che a colpi di clacson annuncia il suo arrivo per poi fare lo slalom tra la gente, nessuno alza gli occhi al cielo aggirando le strettoie causate dalle code ai baracchini più blasonati. Nel complesso si respira un'atmosfera serena: la sensazione di dovermi guardare le spalle, che ben percepisco quando vado in città considerate ben più "efficienti", qui mi abbandona, non c'è. 

E il commercio, ragazzi... Qui il commercio ce l'hanno nel sangue e, anche grazie a una intepretazione del tutto personale delle leggi fiscali, fiorisce come non mai. È vero, c'è un'epidemia di pos rotti e di scontrini non battuti, però tutto costa di meno ed è pieno, ma pieno, di negozi indipendenti, padronali. Le catene non hanno preso molto piede, il che ha anche contribuito a non trasformare il centro storico nella solita sfilata di grandi marchi inutili, e tutti vendono, offrono, servono, cucinano. Guarda come si ridistribuisce la ricchezza quando lasci una maggiore libertà di iniziativa privata, invece di ucciderla sul nascere con burocrazie assurde e tassazioni insostenibili. Guarda com'è rigogliosa l'economia quando la deregolamenti. 

Ovviamente, qui la libertà non è stata concessa, se la sono presa, e la deregolamentazione l'hanno stabilita da sé, ma il ragionamento rimane, così come rimane il successo di questo grande esperimento economico.

Perciò, smettiamo di giudicare i modi di vita altrui dall'alto dei nostri sistemi che riteniamo superiori. No, non li paghi tu i servizi pubblici dei napoletani, e stai tranquillo che comunque non hanno gli stessi servizi di cui godi tu, perché loro hanno deciso da che parte stare e che la loro voglia di libertà è ben superiore al desiderio di ordine. Tu puoi dire che sono arretrati, puoi permetterti di criticarli, ma poi chi è lo stupido quando mentre aspetti il treno nella stazione della tua città, ti si avvicina "l'autorità", ti chiede i documenti e di giustificare la tua presenza lì, e tu obbedisci pure?

-Plida 

 

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