Vado a vedere un acclamatissimo film appena uscito. Guardo le recensioni, non ce n'è neanche una negativa, il che già mi insospettisce. Comunque vado. Per ora non vi dico il titolo, ma probabilmente da qui alla fine mi sfuggirà. E comunque lascerò degli evidentissimi indizi lungo la strada, così che non vi sarà difficile risalire al capolavoro in questione.
Innanzitutto è un film "coreano". Scusate le virgolette, ma di coreano questo film ha solo la provenienza. Un mio amico l'altro giorno ha commentato così: "Mi fa ridere quando la gente dice di essere appassionata di cinema orientale, poi va a vedere questa roba". Già, perché qui di orientale c'è poco o niente. I tratti dei protagonisti sono orientali, poi... Poi non saprei, c'è una fotografia molto satura di colori, che ricorda un po' un anime se vogliamo tirare la corda.
E qui finisce l'orientalità. "MA COME? Il linguaggio è totalmente diverso!" E per linguaggio immagino si intenda, oltre alla già citata "arancionità" del tutto, le acrobazie di montaggio, la contemporaneità delle varie fasi della narrazione, che si intersecano anche visivamente, il cinismo del personaggio, l'assenza di una morale, la disumanizzazione operata dal capitalismo più spietato, rappresentata tramite la violenza più cruda. Insomma, il "nuovo linguaggio" sta tutto qui: tecnologia e cinismo.
Che a ben vedere di nuovo c'è solo la tecnologia, perché il cinismo ormai è il sentimento più sdoganato in assoluto sullo schermo. E direi che gli occidentali lo hanno già sviscerato in ogni sua forma. E la tecnologia è facile che sia "nuova" perché è in continuo avanzamento, quindi fatico a considerare un vero merito per un regista il fatto di aver usato bene gli ultimi giocattolini. Sto sminuendo, lo so, bisogna anche saperli usare, e lui si vede che si diverte tantissimo e bene o male sa cosa sta maneggiando. Quindi sì, questo merito glielo concediamo. Ma è questo che cerchiamo da un film? Proveremo a rispondere più avanti.
La disumanizzazione del "bravo cittadino" ad opera della società non mi pare un soggetto così innovativo. Metti su un qualsiasi film italiano degli anni settanta e c'è una buonissima probabilità di incappare nella stessa tematica. E anche che sia meglio trattata. Ok, adesso bisogna lottare anche contro le macchine, l'intelligenza artificiale e altre diavolerie del mondo contemporaneo, ma se ci pensate, anche Mimì Metallurgico era diventato un ingranaggio della catena di montaggio, il tema è sempre quello, e stiamo parlando di cinquanta anni fa.
Ma lasciamo perdere la novità, il presupposto può anche essere interessante. Il problema è che viene affrontato con una banalità disarmante: invece di dare spazio a un qualunque tipo di riflessione, diventa la scusa per poter rappresentare un po' di sana violenza cruenta e sadica. Ovviamente il protagonista diventa un serial killer per ottenere un posto di lavoro e se dapprima è goffo e risulta un po' comico (ah ah, che ridere), il pubblico non si deve illudere, il bravo lavoratore medio si trasformerà in uno spietato assassino a sangue freddo entro la fine del film. E così ogni tipo di risvolto sociale va a farsi benedire, oscurato dalla violenza "per il gusto di" e dalla mancanza di una qualsivoglia riflessione umanitaria. Infatti alla fine anche la famiglia, che intuisce le manovre del pater familias, è comunque contenta della riacquisita normalità e smette di indagare sui modi in cui è stata recuperata.
"Ma tu non capisci, è proprio questo il messaggio: la mancanza di moralità. Questa non è una fiaba, è un cazzotto in bocca!". Va bene, ma allora a cosa serve tutta la premessa sociologica se poi non porta a una riflessione sull'argomento? Così facendo, quello che mi rimane di tutta la storia è il sadismo del protagonista, una caratteristica che diventa così centrale da far passare in secondo piano le motivazioni che lo hanno portato fin lì. E come ci insegnano diversi registri occidentali, maestri della violenza, non c'è bisogno di impegnarsi socialmente per mettere in scena un po' di caro vecchio squartamento. Soprattutto se alla fine è quello il nocciolo della questione.
Il punto è che a me non piace il circo. Quando vado a vedere uno spettacolo, mi impressiono di fronte ai mirabolanti gesti tecnici degli atleti, faccio "wow" a ogni salto mortale, a ogni presa sul trapezio, a ogni birillo lanciato in aria. Ma poi esco dal capannone e cosa mi è rimasto di tutto questo? Niente, assolutamente niente. L'ammirazione si è attestata a un livello così superficiale da non aver minimamente attecchito in profondità. E ultimamente mi capita spesso di uscire da una sala cinematografica con la stessa sensazione. Ho fatto "wow" lì per lì, ma dopo qualche giorno è come se non fossi andato al cinema. Magari mi rimane un po' di disgusto per la scena particolarmente cruenta, ma poi finisce lì. Quindi io mi chiedo: è questo a cui puntano i registi contemporanei? Si accontentano di fare un po' di facile scalpore e basta? Magari sono contenti di avermi disgustato e dicono: "Era esattamente quello che volevamo suscitare". Peccato sia l'unica cosa di cui mi ricordo, e per quello non c'era bisogno di pagare un biglietto e guardare un intero film. Per un po' di orrore e sadismo, c'è già la realtà, e se proprio ci tenessi a vederlo con i miei occhi, potrei andare su internet e sarei accontentato.
Non capisco se è un problema di soglia dell'attenzione del pubblico, che ha bisogno di questi stratagemmi beceri per stare un po' sulle spine, o cosa. Fatto sta che il facile ricorso alla violenza (per non parlare del sesso) è ormai una prassi nel cinema contemporaneo. Io purtroppo faccio fatica a considerare queste derive dei "grandi linguaggi artistici" e continuo a pensare che sia molto, ma molto più difficile esprimere un messaggio in modo sottile, senza escamotage di grande impatto che offrano un messaggio preimballato a un pubblico considerato (a ragione?) non più in grado di comprendere le sfumature.
-Plida
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