Lavoro in un contesto prevalentemente femminile, dove l'età delle dipendenti si aggira tra i 45 e i 50 anni. Preciso: non è un ufficio, non è un ambiente aziendale. A volte mi succede questa cosa: per i corridoi ci si mette a parlare del più e del meno finché la conversazione non raggiunge un certo livello di intimità. Così vengo a sapere dei problemi familiari, della storia e delle opinioni delle mie colleghe in maniera naturale. Forse sono bravo ad ascoltare, forse faccio le domande giuste, non lo so. Di sicuro il tempo di parola in queste situazioni è il più delle volte a mio svantaggio, ma non importa: quasi sempre sono contento di ascoltare.
Anche perché l'impressione è che queste donne abbiano molto da dire e un approccio alla vita pragmatico e determinato che trovo rassicurante. A dire il vero, davanti a loro mi sento un po' in difetto, intrappolato in una serie di inutili idealismi che non valgono nulla di fronte al loro senso pratico. Anche loro hanno ideali, anche loro hanno delle idee, solo che non riguardano la politica, non riguardano la religione: riguardano principalmente la praticità della vita. Mi affascina il modo in cui si destreggiano con abilità diplomatiche tra le trappole delle dinamiche lavorative, il modo in cui non si lasciano mai scoraggiare dalle assurdità della struttura in cui sono costrette a operare, l'inscalfibilità del loro umore di fronte all'ennesima richiesta contraddittoria da parte dei capi. Anche questa è una forma di filosofia, per di più utilissima e saggia. Non le vedi mai agitarsi, non le vedi mai rispondere male, eppure si pongono con fermezza e alla fine ottengono quello che vogliono, perché sanno scegliersi le battaglie per cui vale la pena puntare i piedi.
Così pongono delle condizioni e alla fine impostano la vita lavorativa secondo le proprie regole, garantendosi anche il rispetto di capi e colleghi. Poi escono e gestiscono la loro vita privata, immagino con la stessa efficienza, e tutto gira, tutto procede. Sono loro a mandare avanti il mondo.
O forse no?
Di che mondo stiamo parlando? Ok, il mondo economico, quello del lavoro. È la loro specialità, il loro terreno di caccia, anche se poi caccia non è perché non soverchiano nessuno. Ma fuori? Esiste un fuori?
Sì, in realtà esiste, ed è anche piuttosto vivace, ma l'impressione è che abbia delle regole ferree. Il "fuori" non deve esulare dalla vita familiare. Si supporta il marito nel proprio hobby, si sta con i figli, si fa tutto insieme. Così gli unici momenti per sé sono la palestra e il lavoro. E solo sul lavoro si ha la libertà di parlare con un collega, a patto ovviamente che il discorso abbia origine da questioni lavorative. Solo sul lavoro ci si sente in diritto di rubacchiare qualche minuto di tempo retribuito per sfogarsi un po' con un orecchio amico, a patto che ciò avvenga come per caso, nei corridoi, tra un avviso di servizio e l'altro, e ci si interrompa all'approcciarsi di passi indiscreti.
Sapete, a volte la discussione si fa fin troppo importante per poter essere trattata così e io sono tentato di dire: "Senti, è un discorso complesso, se vuoi possiamo parlarne con calma da qualche parte", ma vi giuro che non ho mai il coraggio di farlo. Mi sembrerebbe di commettere un torto atroce, di rompere questo patto tacito di collaborazione che prevede una concessione di libertà solo all'interno di uno spazio ben definito. Ho come l'impressione che una proposta del genere risulterebbe inappropriata e il mio ruolo di confidente verrebbe subito meno. Perché il nostro "rapporto", se così lo si può chiamare, non può esistere altrove, non è previsto. Infatti, durante le vacanze non ci si sente, né durante l'anno si creano delle occasioni per portare la conversazione "fuori dalle mura".
Devo dire che un po' mi dispiace, perché sono certo che avremmo molto da dirci, ma poi penso: una cosa del genere può davvero succedere? Nella nostra società, è possibile che una donna sposata di quarantacinque anni frequenti in amicizia un collega più giovane fuori dal posto di lavoro? Ora, è uno scenario che riuscite a immaginare? Innanzitutto, bisogna superare i primi scogli: ogni attimo passato con me è un attimo rubato alla famiglia e mi sembra che ci sia ancora questo complesso di colpa a gravare sulla donna che decide di prendersi del tempo per sé, o sarebbe meglio dire del tempo da dedicare ai rapporti, perché la palestra, per esempio, in questo senso è equiparata al lavoro, è lecita, un po' come il calcetto per lui.
E poi cosa facciamo? In cosa consisterebbe il nostro "appuntamento"? Ogni soluzione che penso mi sembra inappropriata, ma forse è solo perché tutta la situazione sarebbe guastata in partenza dal reciproco imbarazzo. Da parte mia, più che imbarazzato mi sentirei responsabile del suo disagio. Allora ci si potrebbe vedere a casa, sfuggendo così a ogni sguardo indiscreto e alleviando, almeno per le prime volte, il senso di inadeguatezza che magari si percepirebbe per strada. Ma poi penso che proporre una cosa del genere risulterebbe doppiamente inopportuno e allora capisco che il problema non sono gli altri, non è la presenza di estranei e sguardi incuriositi. Il problema è dentro, è la convinzione radicata di commettere un peccato. In casa ci posso andare, sì, ma solo se la "minaccia" della mia presenza è in qualche modo neutralizzata dalla presenza di marito, figli, genitori e più parenti ci sono, meglio è. A quel punto il mio invito non è più un affare privato della donna, ma un affare di famiglia e posso stare quanto voglio. Se uscissimo, ci sarebbe una carovana di persone al nostro seguito.
Che poi io sto affibbiando tutta la colpa alla donna che non si sente libera di rompere le catene del buon costume, ma a ben vedere sono il primo a non farmi avanti. Sì, perché forse io stesso ragiono così: anch'io agisco in base alla sacralità, così intesa, del vincolo familiare e finisco per rispettarlo; anch'io con la mia inazione arrivo a condividere l'idea dell'intoccabilità, così intesa, della donna sposata; anch'io riesco a percepire l'imbarazzo delle situazioni appena descritte. Così si creano quelle storture come appunto le confessioni da corridoio o accenni di seduzione per tastare un po' il terreno senza alcuno scopo reale (si veda l'articolo di questo blog "Logiche di potere nei rapporti interpersonali").
E alla fine mi sembra di stare in "Quaderno Proibito" di Alba de Céspedes. In questo libro magnifico, la protagonista si sente libera di essere se stessa solo sul posto di lavoro e le attenzioni del suo capo la fanno sentire ancora una donna giovane, desiderabile, mentre a casa è solo "mammà", tanto che adesso persino il marito la chiama così. Lei e il suo capo cominciano a frequentarsi fuori dall'ufficio, ma senza lo scudo dell'ambiente protetto e senza dei ruoli da interpretare, non riescono a portare a compimento il loro rapporto e la protagonista deciderà di non abdicare al trono di casa sua, anzi di difenderlo a tutti i costi contro la minaccia di una nuova arrivata. Il ruolo di "mammà", odiato e soffocante, prevarica sull'altro e viene protetto con tenacia perché è l'unico che riesca a dare un senso alla sua vita. L'ignoto di una vita da donna indipendente è troppo spaventoso da affrontare.
Preciso che io non sono capo, né niente, anzi sono l'ultima ruota del carro, perciò non intervengono rapporti di potere come invece potrebbe essere nel caso della protagonista del libro. Ma nelle descrizioni di Valeria Cossati, questo il suo nome, spesso ritrovo le mie colleghe, desiderose di parlare di sé in quanto individui, di esprimere delle opinioni, di essere considerate in quanto donne, magari anche nella loro bellezza. Insomma, di non essere solo "mammà".
Certo, questo dell'annullamento dell'individuo è un problema che riguarda la coppia in generale, e non solo la parte femminile. Quando si è insieme da tanto tempo, ormai la gente si rivolge alla coppia, non più ai singoli componenti: così, gli inviti sono rivolti a "voi", come anche i regali, gli auguri e "voi come state?", "cosa fate questo weekend?", "dove andate in vacanza?" a volte persino "che lavoro fate?". Ma voi chi?? Visto che siamo in un'epoca di grande attenzione al linguaggio inclusivo, forse bisognerebbe cominciare a utilizzare i pronomi giusti anche in questo caso. E intendo grammaticalmente giusti. E sapete, finché è mio padre che impallidisce quando io e un'eventuale consorte passiamo weekend separati, lo posso anche capire, ma non sono solo quelli della sua generazione a dare del "voi".
Detto questo, l'uomo lo vedo ancora un po' più libero di muoversi: ha diritto a più spazi "protetti" in cui gli è consentita una presenza individuale. Ma al di là di queste differenze, il problema è alla base, cioè nel modo in cui è inteso il rapporto di coppia, un rapporto di esclusività, innanzitutto sessuale (perché poi quello rimane l'aspetto più importante) ma anche di attenzione, di presenza, di interesse. La vita dell'altro dev'essere totalmente inscritta nella vita familiare, soprattutto la vita di lei.
Ma facciamo un passo indietro e ipotizziamo questo scenario: mi faccio coraggio e propongo alla collega di vederci a casa, mia o sua è indifferente. Solo che in realtà non è indifferente. Casa sua è il nido di famiglia e la presenza di un estraneo in un nido causa, in natura, la reazione difensiva, aggressiva, del proprietario. Tuttavia, in questo caso mi avrebbe invitato lei, scegliendo o un momento in cui non c'è nessuno o uno in cui è presente tutta la famiglia a sancire, come dicevo, la legittimità del nostro incontro. In quest'ultimo caso, la nostra conversazione non sarebbe tanto diversa da quella che abbiamo sul lavoro, l'ambiente protetto garantirebbe la legittimità del nostro incontro e tutti parteciperebbero ai nostri discorsi, tutt'altro che privati. Nel primo caso, invece, sono certo che non riusciremmo a scrollarci di dosso la convinzione di stare facendo qualcosa di sbagliato, ci guarderemmo intorno sobbalzando ad ogni rumore che ricordi l'apertura di una porta. E alla fine non riusciremmo a parlare granché neanche così e probabilmente l'incontro terminerebbe presto. A casa mia, invece, saremmo in un territorio più neutro, perché qui il nido non c'è, ma forse proprio per questo sarebbe ancora più pericoloso: qui possiamo parlare apertamente, possiamo fare quello che vogliamo, di base non c'è nessuno motivo per cui lei sia qui se non l'aver scelto di essere qui, la sua presenza non ha la giustificazione di un ambiente lecito in cui interfacciarsi con un uomo. Quindi la sensazione di allerta rimane e anche qui si sobbalza quando il vento muove la porta.
Che poi di cosa si ha paura esattamente? Cosa stiamo facendo di male? Di base stiamo rubando tempo alla sua vita, che poi a ben vedere sarebbe la vita della sua famiglia, ma io dico che c'è di più. Nello specifico, c'è un terrore enorme che in questo modo si entri, anche solo alla lontana, nella sfera del rapporto fisico, sessuale. Parte del senso di colpa è dettato dalla convinzione che così facendo stiamo inevitabilmente preparando il terreno per altro. Ora, io voglio totalmente bypassare il discorso sulla reale possibilità di un'amicizia "innocente" tra uomo e donna e fare un gigantesco salto in avanti. Siete pronti?
Ebbene, e se anche fosse? Magari, arrivati a questo punto, io e la collega stiamo effettivamente ponendo le basi per qualcosa di diverso e il solo motivo per cui non diamo seguito alle nostre intenzioni è per non commettere quello che il nostro contesto di appartenenza considera il più mortale dei peccati. E anche noi in fondo la pensiamo così. In una società che si professa liberale, questo è uno scoglio ancora insuperabile e il senso di colpa accompagna l'attrazione fisica come nei classici della letteratura occidentale. Pensateci bene, senza questo tabù, metà della nostra produzione letteraria non esisterebbe: l'amata si concede all'amato, nessuno fa una piega, i rispettivi matrimoni continuano e l'intreccio è facilmente risolto. E invece no. In Elias Portolu di Grazia Deledda, il protagonista, attratto dalla cognata, prima si fa prete, poi arriva a desiderare la morte del fratello, che avviene, poi muore in agonia oppresso dai sensi di colpa. Cioè... fatti 'sta cognata e vivi. Tra l'altro lei non aspettava altro e il fratello di Elias a quel punto aveva perso ogni interesse. E sono certo che nelle vostre letture avete incontrato migliaia esempi del genere.
Perché? Perché Elias non può essere felice? Cosa glielo impedisce? Attenzione, i due avrebbero avuto modo di dare sfogo al loro amore in più occasioni, senza che nessuno lo venisse a sapere, quindi il vincolo che lui si impone è del tutto personale. Sì, direte voi, c'è la paura di essere scoperti, ma non ne sarei così sicuro. Intanto, se fossimo tutti più candidi riguardo alla questione, eviteremmo di creare sotterfugi, segreti e altri sgradevoli inganni. Ma qui entriamo in un capitolo che necessiterebbe di una trattazione a sé, perciò per farla semplice atteniamoci alla situazione esempio di Elias Portolu, in cui c'è la possibilità di farlo e anche la certezza che nessuno lo venga mai a sapere. Ok, direte sempre voi, che siete dei lettori attenti, ma se uno dei due si pente e lo confessa? Ecco, il punto è questo: si pente se pensa di aver fatto qualcosa di sbagliato e lo confessa per liberarsi la coscienza. Togli la colpa da questa equazione e non c'è più niente da confessare.
Non vi sarà sfuggito che nella mia sommaria ricostruzione del tipico intreccio romantico, ma privato del senso di colpa, io ho ipotizzato la continuazione inalterata di eventuali matrimoni preesistenti e mi vorrei soffermare un attimo su questo aspetto. Infatti, perché un rapporto fisico deve mandare all'aria una relazione duratura? A me sembra che stiamo parlando di due piani diversi. Che cosa c'entra il coronamento di un'attrazione fisica con la quotidianità di una vita di coppia, le difficoltà superate, l'intesa costruita, la reciproca comprensione? Perché la fisicità è così importante da oscurare ogni altro aspetto, al punto che se intrattenuta con un'altra persona è motivo sufficiente a far crollare tutto? Probabilmente è così importante perché associata al peccato e quindi attraente, seducente come solo sa esserlo qualcosa di proibito. In più, non venendo sfogata, l'attrazione diventa un'ossessione e la si percepisce per molto più di quello che è, quando magari in realtà non c'è altro.
Un momento, questo non è un discorso da "amore libero" sessantottino e accoppiamoci tutti anche se non ci siamo mai visti prima. Quello che voglio dire è che nel rapporto tra sessi, ma certamente anche all'interno dello stesso sesso, insomma diciamo nei rapporti di amicizia in generale bisogna cominciare a prevedere la possibilità di un rapporto fisico. Senza che questo trasformi l'amicizia in una relazione, preveda un matrimonio istantaneo, faccia crollare tutte le certezze della propria vita. Ma solo come un modo di cementare un'amicizia.
E qui arriviamo alla grande ipocrisia. "La grande hypocrisie". Di chi? Ma la mia ovviamente. Perché poi alla fine, mi chiederete voi che siete impietosi, tu accetteresti senza battere ciglio che una tua eventuale compagna andasse con un suo amico? Sì, perché tutta questa libertà io la pretendo per me, ma poi sono disposto anche a concederla? Cominciamo da qui: non sono sposato. Non credo che serva un atto sacro o ufficiale per suggellare la vita comune di due persone. Come dicevo prima, la coppia non deve annullare l'individualità dei singoli e tutto l'istituto del matrimonio mi pare che vada un po' in questa direzione. Da sposato hai soprattutto degli obblighi e per me non esiste che una relazione sia vissuta come una privazione di libertà. Una coppia deve poter passare del tempo insieme perché lo vuole, non perché gliel'ha detto Dio o il sindaco. Che poi a Dio o al sindaco non deve fregare niente se io sono attratto anche da altre. Detto questo, bisogna vedere come una mia eventuale compagna intende la fisicità. Lasciamo perdere le distinzioni tra uomo o donna e l'uomo che avrebbe più bisogni fisici rispetto alla donna, che invece è più cerebrale e altre cose che non mi interessano. Parliamo di due individui. Io sono molto fisico e alla fisicità do un significato preciso, che non attiene necessariamente alla coppia (la quale ha delle dinamiche di fisicità tutte sue). Una mia eventuale compagna potrebbe avere una fisicità meno esuberante della mia e dare all'atto fisico un significato diverso, un significato molto più sentimentale. Ecco, in questo caso sì, un suo rapporto fisico con un'altra persona mi darebbe fastidio, perché si tratterebbe di un atto più affine a una dinamica di coppia che a una dinamica di amicizia.
E lasciate perdere i discorsi sulla monogamia. "Ah, allora tu accetti la monogamia sentimentale e non quella fisica!". No, non è di questo che stiamo parlando. Non stiamo parlando di relazioni, ma di amicizia e del fatto che la fisicità possa esserne parte integrante. Se poi sia possibile avere più relazioni "ufficiali" contemporaneamente è tutto un altro discorso, che non so e non voglio affrontare e che non ha nulla a che vedere con questo mio lunghissimo sproloquio.
-Plida
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